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Le vitamine sono composti essenziali per il mantenimento della vita, questo perché partecipano alle reazioni necessarie per un corretto sviluppo dell’essere umano (crescita, riproduzione…). Hanno un’origine vegetale e sono “essenziali”. L’uomo non è in grado di sintetizzarle.

La funzione principale delle vitamine è la regolazione metabolica dei nutrienti energetici. In particolare, oggi, volevo soffermarmi sull’importanza di una vitamina in particolare: la tiamina (che noi comunemente conosciamo come vitamina B1). La tiamina partecipa al metabolismo dei glucidi, dei grassi e delle proteine, inoltre ha un ruolo essenziale nell’apparato muscolare e nel sistema nervoso. Una carenza di questa importante vitamina può anche portare a neuropatie periferiche, debolezza, nausea, diminuzione dell’attenzione e tachicardia dopo esercizio fisico, fino ad arrivare, quando la carenza è acquata, ad una grave condizione neurologica (Encefalopatia di Wernicke). Le principali fonti alimentari che contengono la tiamina sono: lieviti, funghi, pericarpo dei cereali e dei legumi, carni magre.

Attenzione. Esistono, tuttavia, sostanze che si trovano negli alimenti di forma naturale con struttura chimica simile alle vitamine, che inibiscono l’azione di queste formando complessi che le inattivano. Queste sostanze prendono il nome di antivitamine e, in alcuni casi, è sufficiente cuocere l’alimento per eliminarle. Come evitare l’assunzione involontaria delle antivitamine? La tiaminasi, l’enzima che inibisce la vitamina B1, è un enzima che si trova nel pesce crudo ed in piccola percentuale anche nel tè, nel caffè, nel vino e nelle noci.

Quella del sushi, l’alimento giapponese che vede come suo componente principale proprio il pesce non cotto, è una moda che ha ormai messo radici anche in Italia. Lo stesso discorso vale anche per i carpacci e le tartare. L’assunzione di pesce crudo non solo non apporta tiamina, ma fa perdere quella che è presente in altri alimenti. L’equazione allora è semplice: se vogliamo evitare la tiaminasi, dobbiamo limitare l’assunzione di pesce non cotto (massimo una/due volte alla settimana).