Il tema che intendo affrontare in questo articolo è un tema scottante e di attualità: gli OGM.
Innanzitutto partiamo dalla definizione: un Organismo Geneticamente Modificato è un organismo cui parte del genoma ha subito una modifica fatta tramite tecniche di ingegneria genetica.
La Commissione Europea ha promosso e finanziato numerose ricerche sulla biosicurezza delle piante geneticamente modificate. Negli ultimi 15 anni, sono stati 81 i progetti di ricerca, che hanno impegnato oltre 400 team.
Dopo aver valutato questa attività di studio ed indagine la Commissione Europea ha concluso che: “Queste ricerche dimostrano che le piante geneticamente modificate e i prodotti sviluppati e commercializzati fino ad oggi, non hanno presentano alcun rischio per la salute umana o per l’ambiente. Anzi l’uso di una tecnologia più precisa e le più accurate valutazioni in fase di regolamentazione rendono probabilmente queste piante e questi prodotti ancora più sicuri di quelli convenzionali”.
Modificando un gene di una pianta comune (ad esempio il mais), non si fa altro che riprodurre processi che avvengono da millenni in natura.
Nessuna pianta è naturale, tutte sono il risultato di una lunga serie di modifiche del Dna, fatte dai genetisti agrari per aumentare la produttività e per creare prodotti vegetali di maggior valore nutritivo, commerciale o industriale. L’agricoltura convenzionale non biologica fa uso di erbicidi, che a volte sono più tossici e dannosi per l’ambiente di quelli utilizzati per le colture geneticamente modificate.

In Italia il più grande assertore della teoria OGM è Umberto Veronesi, il quale sostiene che “appare assurdo opporsi per principio all’applicazione della genetica in agricoltura e sembra invece ragionevole studiare, per ogni prodotto cosiddetto OGM, il rapporto rischio-beneficio”. Gli sviluppi e l’applicazione degli OGM avrebbero, sul piano della salute e dell’economia, un impatto molto importante, garantendo un uso minore (quasi nullo) di prodotti chimici.

Tra i più feroci oppositori degli organismi transgenici in Italia troviamo l’associazione Slow Food, un’associazione senza fine di lucro che nacque a Bra nel 1986 da un’idea di Carlo Petrini, con lo scopo di promuovere il diritto al piacere, difendere la centralità del cibo e il suo giusto valore.
Il fondatore di Slow Food si dichiara contrario alla coltura degli OGM in Italia per un principio di precauzione. Secondo Carlo Petrini “Non abbiamo garanzie scientifiche sulla sicurezza della coltivazione di OGM, non conosciamo gli effetti che possono avere sul lungo periodo per l’organismo umano. Ciò che conosciamo, al contrario, sono le conseguenze sulla biodiversità: le piante modificate geneticamente sono sempre uguali a se stesse ma modificano l’ambiente circostante, il patrimonio genetico delle coltivazioni vicine”. Di fatto, però, ce li ritroviamo nel piatto, perché tanti prodotti tipici derivano da animali nutriti con mangimi a base di Ogm, importati dall’estero. In Italia manca una normativa che imponga di etichettare e tracciare adeguatamente i mangimi, ma per tutti i prodotti biologici certificati è escluso qualunque OGM: se si compra un salame biologico è certo che gli animali con cui è stato prodotto non abbiano mangiato OGM.
L’agroalimentare di qualità è una fetta molto importante dell’economia italiana. La qualità è fatta di legami con un territorio, relazioni con la cultura di una comunità, identità. Gli OGM, essendo prodotti di fabbrica, non possiedono tutto ciò. Si possono fare ovunque e necessitano di un sistema di agricoltura monocolturale che cancellerebbe tutte le nostre diversità. Diversità che fanno invidiare il Made in Italy alimentare in tutto il mondo.

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