Collage giorno 5

Dalla Germania alle Zone Aride

Germania

Tra i tanti motivi che spingono le persone a recarsi al padiglione della Germania ci sono l’attenzione per il tema della biodiversità (argomento che non tutti i paesi possono sviluppare bene come i tedeschi), la cura dei dettagli e la vastità del percorso. Dove nasce allora la ritrosia verso la visita al Deutsch Pavillon? Forse nell’interminabile coda che si deve affrontare all’ingresso…

Varcate le soglie, il tragitto si divide in tre segmenti. Il primo, una breve introduzione, a cura del personale, introduce i visitatori insieme ad alcuni video tra loro interattivi: un’esperienza “immersiva” tra schermi che “comunicano” vicendevolmente (l’esperto di mele scambia i suoi prodotti con il pescatore, questi lo fa con un’apicoltrice che a sua volta si rivolge ad un coltivatore, etc).

Congedati dalla guida e muniti di cartoncini intelligenti, con questi ultimi ci dirigiamo verso il primo piano della mostra, qui indirizzata a rispondere alla sfida della biodiversità. Forse per aver già sperimentato un percorso simile, forse per la ressa, abbiamo deciso di proseguire verso il livello superiore, destinato in particolare invece ai “pollici verdi” e agli amanti del connubio orto proprio-cucina propria. A tal proposito, riteniamo sia stata intelligente la mossa di distribuire opuscoli con le ricette tipiche e i trucchi anti-spreco.

Timbrato il passaporto, all’uscita, il terrazzo del padiglione ci permette di ammirare il panorama sul Decumano Est. In questo tratto l’accesso è libero e non precluso da alcuna coda e, infatti, i punti informativi dislocati qua e là hanno una vocazione più turistica che scientifica.

Il cluster del Bio-Mediterraneo

I balcanici Grecia, Montenegro, Albania, Serbia e i marittimi Malta, Libano, Egitto, Tunisia e Algeria si uniscono ad un itinerario espositivo legati dal fil rouge del “fattore Mediterraneo”.

A questi si aggiunge San Marino. Il ruolo apparentemente discutibile della Repubblica del Monte Titano in questo contesto si consolida solo dopo aver visitato gli altri. Se in soli 10 metri quadrati i sanmarinesi riescono a ricostruire un polo d’attrazione regionale anche per le vicine province di Pesaro e Rimini, tra quelli precedentemente citati alcuni non convincono per assenza di contenuti (l’Albania è praticamente vuota), per ovvietà di temi (l’Egitto e i soliti antichi egizi) o per semplice scortesia (le ragazze della Serbia invitano ad un deciso dietrofront).

Spiccano invece le performance di Algeria e Montenegro, più tecnologiche, più avvolgenti, che con poco a disposizione riescono nelle intenzioni promozionali dei propri territori.

Al centro del Bio-Mediterraneum, con un negozio/esposizione e con due punti ristoro, si trova lo spazio della Sicilia. Un giro tra i prodotti tipici sicuramente è piacevole, dire che sia straordinario è da bugiardi. A fianco troviamo il World Expo Museum, una piccola mostra che ci ha inizialmente intrigato ma che, sfortunatamente, non abbiamo visitato per motivi di tempo.

Isole, Mare e Cibo

Il CARICOM è la sigla sotto la quale si riuniscono gli stati delle Barbados, del Belize, della Dominica, della Grenada, della Guyana, di St. Vincent e Grenadine, di Saint Lucia e del Suriname. All’appello di Expo sul tema “Energia per la Vita” questi paesi caraibici hanno risposto, sul “Nutrire il Pianeta” sono ancora lontani.

Nell’area Isole, Mari e Cibo, i paesi della comunità caraibica piazzano le rispettive agenzie d’informazione turistica: se, come noi, vi accontentate del tandem “depliant-timbro”, non potete affermare di aver perso tempo. Peccato che le informazioni sulle specialità alimentari siano affidate solo a piccoli paragrafi sui volantini.

Le Isole Comore, la Guinea Bissau, il Madagascar, le Maldive e la Nord Corea completano questo settore di Expo e ne arricchiscono il contenuto, anche solo con l’offerta in termini di gastronomia e di souvenir.

Considerando i pochi giri di lancetta che vi abbiamo dedicato, ci aspettavamo molto di più.

Zone Aride

Il cluster delle Zone Aride connette sotto l’omonimo comune denominatore diversi paesi dell’Africa (il Djibuti, l’Eritrea, la Liberia, il Mali, la Mauritania, la Somalia, il Senegal) e solo due del Medioriente (la Palestina e la Giordania). Aspettandoci alcune riflessioni sul problema del deserto, ci siamo rassegnati di fronte al carattere “povero” della maggioranza degli spazi espositivi: pseudo-bazar, piccoli mercatini e poca generosità nel “sorprendere” gli avventori.

Se escludiamo la modesta ma efficiente organizzazione dello stand Palestina, possiamo dirci incuriositi da un prodotto particolare, il succo di Ibisco (al pari della bibita al baobab, un vero motivo ricorrente tra i partecipanti africani). Io l’ho assaggiato ed è particolare per il gusto e le qualità nutrizionali. Vi proporrò un articolo ad hoc.

La recensione del settore finisce qui: zone aride, come dire… nomen omen.

Il Padiglione CIBUSèITALIA e il Biodiversity Park

Fondamentale preludio ad una visita consapevole di Expo – almeno nelle sue declinazioni italiane, così come lo è il Padiglione Zero per il binomio terra/cibo, la vastissima mostra di Federalimentare conduce i visitatori in un museo sospeso tra passato e presente, alla scoperta tanto delle aziende emergenti quanto dei marchi storici: Scotti, Mutti, Farchioni, De Cecco, San Benedetto, Novi… in Lombardia di solito si parlerebbe di ”eccellenze”.

Oltre i brand e al di là della giusta battaglia per il Made in Italy, fanno capolino – tra i prodotti della panificazione, della lavorazione del latte, del beverage italiano ed altri – anche i temi della nutraceutica (una visione filosofica che identifica il cibo con la medicina), dell’approvvigionamento delle materie prime (con il relativo rispetto per l’ecosistema), della sostenibilità ambientale che prende le mosse dal riciclaggio e dalle tecnologie dolci in un’ottica eco-friendly.

Sulle stesse note, forse con un’intonazione più adattata al biologico, il Padiglione del Biodiversity Park, curato da BolognaFiere. Qui abbiamo preso il nostro primo caffè, presso il risto-bar della Alce Nero. Le aziende bio presenti meritano una riflessione più approfondita, perciò vi diamo appuntamento allo “speciale” che dedicheremo loro.

Il Giappone

Con la nomea di attrazione imperdibile di Expo2015, il Japan Pavillon si è trovato, da cinque mesi a questa parte, asserragliato da frotte di persone. Le code hanno toccato le 5 ore di durata.

Con tanto dispiacere, abbiamo dovuto rinunciare per raccontarvi tante altre visite. Ci sentiamo però il dovere di criticarne l’organizzazione: le lunghe attese non possono che essere la conseguenza logica del tempo medio di durata del percorso, ben 50 minuti. Creare un sistema di prenotazione, no?

In compenso, venuti a sapere che la sostanza del percorso interno toccava tasti più culturali che di tradizione gastronomica, vorremmo proporvi un approfondimento dedicato alla cucina del Sol Levante, non prima di averla sperimentata, per conoscere – e farvi conoscere – le specialità e le potenzialità sotto il profilo nutrizionale.