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Dal Padiglione Zero al Vietnam

Padiglione Zero

Divinus halitus terrae, il respiro divino della terra. Cosa si cela sotto il motto del Padiglione Zero, sotto quella scritta che campeggia sulla facciata? Senza scomodare la fonte (Plinio il Vecchio) da cui hanno tratto ispirazione gli autori, possiamo trovare una risposta soddisfacente cercando nella frase niente di più che un significato letterale: dove ha avuto origine la vita, se non nella terra? Cos’è il respiro cui fa cenno il titolo? Perché è divino? Noi abbiamo elaborato una nostra personale teoria. Ma andiamo per gradi, narrandovi le tappe. Ci saremmo aspettati, per sillogismo tra Terra e Natura, un ingresso preordinato al tema delle piante e della vegetazione. Ci siamo sbagliati. Prendendoci in contropiede, gli ideatori del padiglione hanno voluto esordire in medias res, innestando, in un portale ligneo dal gusto rinascimentale, una biblioteca farcita di cassetti: la memoria, l’esperienza umana. Valicato questo ingresso e superata la metafora, da un monumentale schermo avanza pieno di grazia il cortometraggio di Mario Martone (regista, tra l’altro, de Il giovane favoloso) con cui vuole raccontarci la “Pastorale cilentana” ed offrirci, con il filtro della sua telecamera, una visione pura, quasi grezza, del rapporto natura-uomo in una Campania medievale. Seguono, rispettivamente in ordine, la sala dedicata all’addomesticazione dei frutti della terra (intrecciata al momento storico del passaggio da nomadismo a stanzialità dell’uomo); poi un presepe di animali, qui raffigurati in perlacee statue; infine l’uomo, la cui testimonianza storica sulla terra non può che essere sedimentata nelle sue creature, cioè negli oggetti e negli strumenti con cui si rapporta con la natura (dagli utensili agli edifici). Il divino respiro della terra è l’uomo, l’uomo che da essere perfetto (visione religiosa ma anche idealistica di divinus, nel senso aggettivale di creatura migliore) detta il suo volere (halitus) al mondo in cui vive (in tutte le sue declinazioni: la terra che calpesta, gli animali che sfrutta, i frutti di cui si nutre), modificandolo. Ma il padiglione zero non si ferma qui. L’uomo modifica sì la terra, ma lo fa per il meglio? Non sempre. Certo, per noi è una ovvietà, tuttavia, sorprendentemente, il momento di critica fino ad adesso rimandato trova sfogo con una delle più riuscite manifestazioni artistiche di tutta Expo: la Borsa del Cibo, una parete di schermi che riportano in tempo reale i prezzi degli alimenti in ogni economia del mondo. Come dire, la speculazione e la disuguaglianza in una riflessione semantica: sfruttare non sempre è sinonimo di far fruttare.

Il giardino delle Nazioni Unite, la Caritas e la Fabbrica del Duomo

Il millennium goal delle Nazioni Unite di raggiungere quota “zero” nel conteggio delle vittime della fame è ancora lontano. La più grande associazione di stati esistente, che all’esposizione di Milano ha dislocato ben 18 installazioni a metà tra il didattico e l’artistico, assomiglia tanto al nostro Stato Italiano che da un lato promuove – ad esempio – campagne contro il tabagismo ma dall’altro lo ammette, anzi lo sfrutta. Senza sfociare in un dibattito di scienze politiche, è anche giusto ammettere che la “sfida fame zero” non può contare nuovi successi, almeno sino a quando le Nazioni Unite non si attiveranno veramente in tal senso, obbligandosi a contrastare guerre e povertà. Finora, passaggio ad Expo compreso, solo tante belle parole. La Fabbrica del Duomo, invece, è l’imbucata di lusso della kermesse. Persino Alitalia con il suo stand è stata capace di sviluppare una riflessione sul cibo distribuito durante i suoi viaggi. In questo caso, la presenza della Veneranda fa il suo compitino limitandosi a vendere gadget e promuovere l’immagine della cattedrale cittadina (come se ne avesse bisogno). Più congrua al contesto la Caritas Internationalis, da sempre impegnata nella lotta contro le ingiustizie. La visita al piccolo edificio è ripagata anche solo dall’interessante testimonianza artistica di “Energia”, la Cadillac fatiscente attorniata da baguette, opera del tedesco Vostell. Un rimando all’importanza del cibo rispetto alla paradossale… deperibilità del progresso? Non lo sappiamo, ad ognuno la propria interpretazione, ma uscendo dal padiglione non si potrà non dirsi affascinati dalla mission della Caritas: dividere per moltiplicare.

Irlanda

La visita al Padiglione irlandese non ci ha appassionato più di tanto. Tanti schermi, tanta propaganda di stampo spudoratamente turistico. I cortometraggi proiettati a ripetizione raccontano di un buon esercizio di stile per i videomaker incaricati, ma il discorso è simile a quelli dello stand di Israele e dello spazio della Lombardia: per la promozione dei propri orgogli territoriali attraverso i filmati esiste uno spazio formidabile, oltretutto gratuito. Si chiama YouTube.

Nepal

Tra le parentesi squadrate di quei padiglioni che fanno a gara per essere roccaforti (soprattutto in architettura) del progresso, nonostante la sua alta pagoda centrale, il padiglione del Nepal sembra genuflettersi alla modernità per la sua assenza di contenuti. Colpa addebitabile al sisma che ha fatto alzare bandiera bianca ai costruttori o ad una politica poco lungimirante? Poco importa. La statua del Buddha e la struttura in legno intagliata non ci riconducono alla dimensione del cibo (compito affidato alla cucina del sottostante ristorante, tra i meno frequentati di tutta l’esposizione), ma hanno la capacità di farci respirare l’aria dell’Himalaya e di ricostruire un elemento della loro identità che noi stiamo perdendo: il silenzio.

Sudan

A metà tra il bazar e un museo di arte popolare con sottilissimi accenni al tema della nutrizione, lo spazio del Sudan non solo porta a casa la palma di peggior padiglione ma non riesce nemmeno a solleticare l’interesse degli avventori. Noi, invece, una domanda ce la siamo posta: come può uno dei paesi più poveri al mondo permettersi cifre da capogiro mentre un conflitto imperversa nel suo territorio riducendo alla fame la popolazione… e allo stesso tempo realizzare, con quegli stessi soldi (sottratti a fini più utili), il “nulla”? Se questa invettiva può trovare un bersaglio anche, ad esempio, nello Yemen (di cui parleremo prossimamente), a parziale discolpa dello stato arabo si può dire che si sia auto-confinato nel cluster condiviso del caffè senza dare fondo a riserve di denari per produrre in autonomia un padiglione proprio. Un’imprudenza invece di cui di è reso protagonista, suo malgrado, il Sudan.

Belgio

Di fronte al padiglione belga, il visitatore può scegliere quale scala percorrere per prima. Salendo, si giunge ad un salone al cui centro un mastro cioccolatiere accalappia i passanti tentandoli con diversi assaggi della casa. Scendendo, la visita si fa più seria e più profonda. Tra le tante curiosità, la nostra attenzione è ricaduta su una particolare vasca. Sospesa sopra l’acqua, dove le piroette di pesci dalle fattezze lugubri sembravano volerci ipnotizzare, una “ruota” cava al suo interno ospitava un orto circolare. Qui, due file di cespi d’insalata crescevano come nulla fosse alla luce artificiale di un neon. L’assemblaggio dei due elementi di terra e mare, ci hanno spiegato, serviva a dimostrare la capacità dell’uomo di piegare il fattore “spazio” a proprio piacimento. Tetro, direte voi, eppure aveva un suo particolare… fascino.

Vietnam

Il Vietnam fa capolino a Expo2015 con un parallelepipedo di vetro con torrette a fungo create con legno di bambù. L’intera struttura ha un’anima espositiva ma di fatto è un ristorante: statue, tavoli, statue e ancora tavoli. E poi tantissima gente. Non è forse la scelta più congeniale costringere i visitatori a vagare tra i tavoli affollati e, viceversa, rendere il pranzo dei commensali un’esperienza rumorosa. Vi abbiamo dedicato il tempo necessario per carpire l’ennesimo timbro per il passaporto e farci rapire dalle prelibatezze che osservavamo tra i piatti delle portate. A conti fatti, ci dispiace non esserci fermati a degustarle.