UN DIETISTA A EXPO 7

Un viaggio tra i cluster tematici

Le cronache da Expo degli ultimi giorni ci riportano numeri da capogiro sull’affluenza. Malumori, scandali e indiscrezioni hanno senza dubbio alimentato un passaparola negativo attorno all’evento dall’anno nei primi mesi per poi, di colpo, essere soffocati da buone recensioni (non entusiastiche, ma sicuramente positive) nel bel mezzo dell’estate. Il risultato? Una copiosa fiumana di persone che si è riversata ai tornelli tra Rho e Roserio rendendo la visita ai padiglioni quasi un miraggio…
Senza soffermarci sul dato politico, cogliamo la palla al balzo per proporre ai “ritardatari” una guida per evitare di rovinarsi la giornata ingrossando una delle tante colonne umane in attesa di entrare nelle singole esposizioni nazionali. Esatto, perché a Milano non ci sono solo gli stand autonomi dei Paesi, ma – come non vi sarà certo sfuggito – anche diversi conglomerati di Nazioni, più o meno piccole, riunite sotto un comune denominatore attinto dal mondo del cibo: i cluster, che per la loro condizione di “minorità” hanno un potere attrattivo notevolmente inferiore rispetto agli altri, ma che non mancano di sorprendere per il contenuto.

Dopo un primo antipasto con l’esplorazione dei circuiti dedicati alle zone aride, alle isole e al mare, oggi vi faremo da ciceroni in un “viaggio” dal cluster del caffè fino a quello dei cereali.

CAFFÈ
Qual è il trait d’union gastronomico tra gli africani del Burundi, dell’Etiopia, del Kenya, del Rwanda e dell’Uganda? Cosa accomuna questi paesi con le nazioni d’oltreoceano di El Salvador, del Guatemala e della Repubblica Dominicana? E in questo “tracciato” internazionale che ruolo hanno gli Est-Timoresi e gli Yemeniti? Lo scopriamo al civico 58 del Decumano…
Il caffè, che pure potrebbe chiamare in causa altre big del Sud America, riesce ad intersecare il destino di ben dieci nazioni ad Expo e strappare una buona fetta di clientela alla vicina di casa, la Illy, che da sola, in una posizione più che invidiabile, occupa in confronto metà dello spazio.
L’esperienza gustativa della bevanda calda più consumata al mondo si apre a nuovi orizzonti: da quello naturalmente dolce degli etiopi al caffè corposo e acido kenyota, transitando dal carattere più robusto dei sudamericani fino al Mocha – dal retrogusto “cioccolatoso” – dello Yemen. Su cui, però, nutriamo un parere negativo: tra i paesi arabi presenti, l’unico con una donna completamente velata. Saremmo troppo politicamente corretti se dicessimo che a noi non ha fatto piacere?

SPEZIE
Il segmento di Expo che raccorda in poco spazio i paesi ospitati per offrire uno scorcio sul mondo delle spezie sarà ricordato per l’occasione mancata di far breccia tra i pregiudizi e l’ignoranza. Dal canto suo, l’Afghanistan, in oscillazione tra invasioni e vuoti di potere, mette piede a Expo mostrando con orgoglio la punta di diamante della coltivazione, lo zafferano, ma lo fa in un contesto – 100 mq di emporio etnico – disallineato alle premesse: c’è più campo d’azione per dei banali simil-kebab che per il cumino, l’asafetida e la liquirizia (capisaldi, invece, della tradizione culinaria afgana).
Che dire del Brunei e delle Vanuatu? Il Sultanato asiatico s’offre efficacemente sul versante turistico ma… soffre (scusate il calembour) sul lato della cultura alimentare. Le isole del Pacifico, altresì, allestiscono lo spazio loro dedicato nella maniera peggiore: pochissime informazioni, qualche statua dai caratteri tribali e nemmeno l’ombra di un timbro che ci ripagasse del tempo perso.
Dalla Tanzania portiamo invece a casa dei buoni “souvenir”: la varietà di prodotti sugli scaffali e dentro le teche farebbe invidia anche ai padiglioni autonomi; e poi la promozione dei loro gioielli – dall’isola di Zanzibar al Kilimangiaro fino al lago Vittoria – ha fatto colpo anche su di noi!

CEREALI E TUBERI
Il cluster dei cereali, a Expo2015, riserva un posto – già nella denominazione – anche ai tuberi. Peccato che questi spuntino raramente e vi sia la totale predominanza dei primi. Poco importa.
Quel che è certo è la trasversale connessione dal punto di vista geografico dei paesi ospitati: la Bolivia e il Venezuela (due stati del sudamerica) aggiungono “un posto a tavola” alla più piccola Haiti (una repubblica caraibica) e ad un poker tutto africano: Togo, Mozambico, Congo e Zimbabwe.
Se dovessimo stringere il palcoscenico in favore di quelli che più ci hanno incuriosito, saremmo costretti a citarne tre.
Lo scenografico percorso del governo di Caracas è orientato ad una promozione prettamente turistica ma instilla più di un dubbio sulla reale corrispondenza tra l’eden descritto e la quotidianità venezuelana, economicamente e socialmente non tra le più floride…
Il tema dei cereali riaffiora con la minima eppur indovinata esposizione togolese che, irrorata dal motto “agire innovando” distribuisce sapientemente in pochi metri quadrati una mostra sui progressi che l’agricoltura nazionale può vantare: chiunque rimarrebbe stupito di fronte alle cifre che proiettano un Paese con solo 6 milioni di abitanti davanti a tanti concorrenti continentali nel campo – è il caso di dirlo – della coltivazione di cereali (mais in particolare) e tuberi (manioca e igname su tutti), i cui surplus commerciali, cioè le eccedenze di produzione, non fanno altro che testimoniarne la potenzialità. Spero di poter testare in futuro, e quindi recensire in un secondo momento, la farina di fonio, molto simile al riso e tipica proprio del Togo.
Trasvoliamo sull’altra costa africana, per atterrare in Mozambico, una di quelle terre che a Expo porta la testimonianza di come un’ex-colonia (era un possedimento portoghese) possa riuscire in soli 40 anni, nonostante l’indigenza di metà della popolazione e la persistenza del HIV, a rinascere con una economia basata non solo sul turismo e sul settore minerario, ma anche sull’agricoltura cerealicola e dei tuberi. La sua presenza a Milano, così come l’alta posizione nel Global Peace Index, è un grande segno.
Potete concludere il tour del cluster visitando gli spazi di Congo e Zimbabwe (contenuto e vocazione simili a quelli del Togo), Bolivia (magari per assaggiare la buonissima quinoa) e Haiti, sperando che quest’ultimo sia aperto (per ben due volte noi l’abbiamo trovato con la serranda abbassata).

FRUTTA E LEGUMI
Giunti a metà esatta del grande viale, Expo ci mostra quanto l’organizzazione di un grande evento possa essere lacunosa. Dove inserire i paesi partecipanti con budget bassissimo e privi di una “colonna vertebrale” tematica? Devono essersi fatti questa domanda Giuseppe Sala e soci. In effetti, questo è quanto si può dedurre dopo una visita al cluster di frutta e legumi, due “entità” affini ma messe insieme (probabilmente per esclusione), con l’intento di trovare un posto anche alle nazioni che hanno (solo apparentemente) poco da offrire.

Non è un caso che all’appello di questi argomenti molto generali (per intenderci, qualunque Paese ha frutta e legumi) abbiano risposto sei paesi africani e tre asiatici, tra i quali alcuni dei più poveri al mondo.
Ad essere corretti, un elemento di condivisione esiste ed è la coltivazione delle palme da olio. Visti e considerati i recenti “smottamenti” nell’opinione pubblica in merito, si è preferito derubricare il tema a tabù. In realtà per molti Paesi la palma è un imprescindibile pilastro economico.

La Guinea Equatoriale fa parte di questa schiera. Terra di disuguaglianze, in cui petrolio e legname convergono le attenzioni degli speculatori a scapito dell’economia agricola (meno del 6% del territorio resta coltivabile mentre poco più della metà della popolazione ivi è impiegata), il piccolo Paese africano sta attraversando un periodo di mutamenti radicali, come la fondazione della nuova capitale, trasferita dall’Isola di Bioko alla zona continentale, a causa di dinamiche geopolitiche.
Non diversa la situazione della quasi omonima Guinea, di recente uscita da una dittatura e nei livelli bassi dell’Indice di Sviluppo degli Stati, che sorregge il suo impianto economico sul comparto minerario, limitando lo sfruttamento del terreno alle coltivazioni industriali di riso e palma.

Su un’economia di sussistenza sviluppa il proprio PIL il Benin, patria del Vodoo e crogiuolo etnico votato alla coltivazione di campi di cotone, unica fonte di “ricchezza”. Destino condiviso anche dalla Repubblica Democratica del Congo; rivedibile lo sforzo dello Stato di Kinshasa, ancora oggi lacerato da divisioni politiche che, senza troppe sorprese, timbra il cartellino di Expo2015 dimenticandosi di dover partecipare ad una manifestazione sul cibo e non su minerali e idrocarburi.

Decisamente meno scontati i risultati conseguiti dal rimanente “duo” del Continente Nero. Il Gambia, la cui vocazione agricola nel campo delle arachidi (che copre il 7% del prodotto interno lordo!) aveva già destato il nostro interesse, arriva a Expo facendo di necessità virtù: l’obbiettivo di promozione turistica non si slaccia mai da un discorso finalmente indirizzato alle potenzialità agricole e alimentari. Lo Zambia, infine, forse per una politica dello stand favorevole agli assaggi, forse per i prodotti in mostra (aspetto per nulla scontato), ci ha intrattenuto molto più tempo di quanto non avessero fatto gli altri.

Non ci stiamo dimenticando degli ospiti asiatici. Se a questo angolo di Expo va concessa un’occasione, il merito è specialmente dello Sri Lanka. Spezie delle più singolari varietà, incalcolabili tipologie di tè, una buona dose di frutta esotica tutta da scoprire: se queste sono le premesse, quali altre prelibatezze hanno in serbo i singalesi?
E poi ci sono anche Kirghizistan e Uzbekistan. I chirghisi, stanti le condizioni estreme dettate dalle nevi perenni, puntano tutto sul simbolo nazionale, il Leopardo delle Nevi, qui e là simpaticamente disegnato; di cibo neanche una traccia (meglio così: a conti fatti abbiamo preferito l’onestà alla forzatura, tipica invece di molti padiglioni). La nazione di Samarcanda, invece, accanto al suo fiore all’occhiello – la produzione di cucurbitacee – fa posto nelle diverse teche alle numerose creazioni gastronomiche (delle quali segnaliamo, purtroppo, l’assenza di informazioni tradotte).

RISO
Leitmotiv di tante alimentazioni che consigliamo su questo sito, all’Esposizione di Milano il riso intercetta l’interesse ufficiale di soli cinque paesi più alcuni riuniti sotto l’insegna del Basmati Pavillon. Trattandosi di un cluster, va da sé che questi (quasi esclusivamente orientali ad eccezione della Sierra Leone) rappresentino la fetta debole dell’insieme complessivo che riunisce tanti altri produttori di questo cereale: la stessa Italia o i rimanenti paesi del Sud Est asiatico, ad esempio.
Questi piccoli padiglioni si riconoscono subito. L’impronta architettonica è inconfondibile: sono parallelepipedi con il profilo di un trapezio rettangolo rovesciato, il cui lato spiovente, come nel caso del padiglione russo, è un grande specchio che dall’alto accoglie i visitatori salutandoli con il loro riflesso.
Se il design della “corazza” è il medesimo per tutti, anche l’itinerario interno non brilla per originalità. Sierra Leone, Myanmar, Cambogia, Bangladesh e Laos offrono una linea espositiva generalmente povera perché allineata sulla rappresentazione delle diverse specie di riso, senza mai sconfinare nel campo gastronomico (aspetto meglio sviluppato dai Paesi del Basmati). E questo è un peccato.
Se vi incuriosisce il prodotto nelle sue declinazione regionali, meglio l’esperienza empirica dei ristoranti dislocati in tutta Expo, persino ad Eataly. Non possiamo giurarlo, ma probabilmente anche nei menù della Svizzera fa capolino il riso.

CACAO E CIOCCOLATO
Se consideriamo la magnetica presenza dello store Lindt (frotte di astanti in attesa di un goloso cadeaux) e i pochissimi curiosi che si aggiravano tra gli stand del cluster “cacao e cioccolato”, abbiamo elementi sufficienti per azzardare un’interpretazione del mancato successo di quest’area di Expo2015.
Se due indizi sono una coincidenza, aggiungiamo anche il terzo, che fa la prova: l’inconsistenza dei contenuti.
Cuba strappa una risata laconica con i suoi cocktail (d’assaggio) da 10 €; il Gabon si perde in un bicchiere d’… aria con un improbabile calcolatore dell’ossigeno prodotto dalle sue foreste equatoriali; la Costa d’Avorio si limita ad una tappezzeria di foto panoramiche, più propedeutiche ad un dietrofront dei visitatori che ad un invito a visitare il Paese. E fin qui, solo qualche traccia di cacao…

Ghana e Sao Tomé riescono a risollevare l’attrazione del cluster? Solo in parte. Malgrado la reiterata voglia di installare un vernissage di sculture lignee, tanto gli abitanti della Gold Coast quanto gli isolani offrono un paniere più ampio e variegato di prodotti derivati dal famoso cibo degli dei, sicuramente più interessante di quanto visto in precedenza.

Il viaggio si avvia verso la conclusione con i prossimi due articoli. Non perdete gli appuntamenti: vi narreremo la visita alle grandi nazioni sudamericane e chiuderemo in bellezza con il meraviglioso padiglione cosacco!