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Dalla Repubblica Ceca all’Argentina
Repubblica Ceca

Davanti al padiglione ceco, l’accrocco scultoreo a metà tra un martin pescatore e auto anni ‘70, a simboleggiare forse un’irrisolta querelle natura vs. uomo, non fatica a classificarsi come peggior biglietto da visita di Expo. Ma oltrepassato la piscina – oasi di refrigerio, in estate, per i piedi bollenti dei visitatori – sopra la quale si erge tale monumento, lo spazio della Repubblica Ceca si alza in un parallelepipedo a tre piani misurato nelle linee e nei colori.
Ogni zona ha infatti uno sfondo bianco, dal ristorante al pianterreno sino alla sala delle mostre temporanee, dove le “provocazioni” di alcuni artisti sui più disparati temi sociali hanno rubato la scena anche all’interessante laboratorio del silenzio dove un “grande fratello” di telecamere e microscopi proietta sulle pareti la “vita” del piccolo orto di piante posto al centro della stanza. Peccato che le esposizioni artistiche fossero passeggere, sarebbe valsa la pena andare ogni giorno a Expo: noi ad esempio siamo riusciti a visitare il percorso di …gabinetti allestito da Jika, un’azienda di design che ha voluto esporre una serie – limited edition – di Water Closet particolari. Proprio sul “trono delle riflessioni”, i creativi hanno voluto invitarci a riflettere con alcune frasi incisive. Tra le altre, ci ha colpito questa: “Ci sono più persone con il cellulare che persone con il WC”, ed è tutto dire.

Bahrain

Il percorso del Bahrain si snoda in un labirinto di corridoi chiusi intersecati da alcune linee di terra adibite a broli. Tra i padiglioni più allergici al tema della nutrizione, confessiamo di averlo apprezzato rispetto ad altri.
Non fosse per i limoni e fichi d’india, non ci saremmo nemmeno accorti, prede di un effetto straniante scatenato da un gioco di moduli bianchi, di essere ad una kermesse dedicata al cibo: la disposizione pulita di elementi architettonici e l’arredamento minimale – che non si spinge oltre a qualche poltrona, diverse lapidi elleniche (di rara bellezza) e una collezione di orci dell’epoca Dilmun – avremmo potuto perdere l’orientamento e affermare di essere in un’ala dell’esposizione Ikea. Con la differenza che questa era bella.

Angola

Assente Lisbona, la voce grossa sulla cultura portoghese l’hanno fatta ovviamente il Brasile e, sorprendentemente, l’Angola. Anzi, la sicumera con cui il paese africano ha sviluppato un itinerario espositivo scevro di boutade filosofiche (nessuna ostentazione di opere futuristiche e/o obbiettivi teorici), anzi ricolmo di concretezza, ne ha fatto uno di quelli più visitati ed apprezzati duranti i sei mesi a Milano.
Sotto le modanature e gli intarsi della custodia in legno, i tre piani del padiglione angolano accompagnano i visitatori in un viaggio tra le radici della propria cultura: in un centrale open space si alzavano totem di schermi narranti, attraverso i volti degli abitanti (non immuni al contagio portoghese di saudade), la storia del Paese; teche ed espositori, inseriti in strutture ricavate dai pallet in razionale continuità con l’elemento ligneo, sigillavano i prodotti della terra e le creazioni dell’uomo, evidenziando i punti di contatto (e di rottura) con la civiltà portoghese, che pure potevano essere (as)saggiati nell’affollato ristorante al piano terra.

Brasile

Dicevamo della buona performance dello Stato di Luanda, il quale da ex colonia portoghese ha saputo supplire la defiance dei lusitani. Ma dalla malinconica sponda orientale dell’Atlantico approdiamo nella terra dell’alegria, il Brasile.
Ed è proprio la gioia del popolo carioca che innerva tutta la spina dorsale del padiglione, l’oramai iconica rete elastica che ha portato migliaia di bambini (di ogni età, noi compresi!) verso il… nulla. Già, perché se la sottostante lingua di terra con palme in fiore e vegetazione sudamericana è un esempio di ottima elaborazione orto-botanica da città, il resto dei tre piani è infiacchito e fa fatica ad esprimere il potenziale del Brasile in fatto di cibo e nutrizione.

Corea del Sud

Non è molto lontana dalla realtà la critica che ritagliava attorno ad Expo il vestito di “Fiera della Comunicazione” piuttosto che quello di “Rassegna sul Cibo”. Per carità: in alcuni padiglioni, come vi abbiamo testimoniato, la formula che ha unito entrambi i temi si è rivelata vincente e ad avallare questa tesi ci corrono incontro persino le parole – sospese in un’aurea di ammonimento – con cui Petrini ha voluto salutare il 31 ottobre l’Esposizione di Milano: “il cibo non resti uno slogan”.
Non sono stati, evidentemente, dello stesso avviso i dirigenti del padiglione della Repubblica di Corea (sì, quella del Sud, buona e occidentale, e guai a confonderla con quella Popolare, dei cattivoni del Nord!). Con la fine di Expo, ancora non sappiamo se nello staff di questi ci fosse qualche “archistar” o semplicemente un patito dell’arte concettuale e “concettuosa”, tuttavia crediamo di interpretare il pensiero comune nel dire che i coreani, con le loro pur bellissime installazioni, hanno confuso Rho con Venezia. La Biennale è in Laguna fino al 22 novembre.

Moldavia

Viene prima l’uovo o la gallina? È la stessa domanda che ci siamo posti appena usciti dal cubo di vetri del padiglione moldavo. Ma in questo caso uovo e gallina non c’entrano, anzi di cibo in generale non c’era traccia. Stiamo parlando dell’involucro e del contenuto: in quello che è il più piccolo spazio espositivo di Expo, la Moldavia ci ha dato l’impressione di aver prima definito il concept della struttura e poi deciso quale tematica affrontare: le pareti trasparenti lasciano passare il sole? Parliamo di quello…
Ironia a parte, non possiamo nascondere la delusione. L’Esposizione era anche l’occasione per esplorare da lontano paesi lontani. In questo caso non siamo andati oltre le costellazioni (i moldavi vantano l’esclusiva di alcuni disegni celesti: solo dalla loro Terra si possono vedere) e i balli tradizionali (peraltro solo su schermi…). Dover giustificare l’assenza di contenuti postulando un primordiale interesse della delegazione moldava verso il design del padiglione, in fin dei conti, ci pare eccessivo…

Lituania

Una fugace visita allo spazio della Lituania ci ha fatto respirare di nuovo, dopo l’esperienza estone, l’aria pulita dei Paesi del Nord.
Di una sola cosa si può biasimare il padiglione lituano: il breve percorso, con la sala della sfera (il globo di schermi, appunto, che intratteneva i passanti con la storia e la geografia del Paese) e poi con l’angolo ristoro (diverse, allettanti specialità made in Vilnius). Troppo poco, almeno per noi.

Bielorussia

Una grande ruota di un mulino ad acqua, metafora del circolo delle stagioni e della natura ciclica dell’agricoltura, separa i due corridoi ipogei dove la Repubblica di Minsk ha voluto raccontare l’orgoglio nazionale.
Ma tra i riquadri fotografici di idillio bucolico (non sappiamo quanto vicino alla realtà…), in soli 15 metri, non c’era spazio né per riflessioni sul cibo né per prodotti tipici. Peccato.

Malesia

Le due cupole ovali create da losanghe in legno che dividono i bielorussi dai tailandesi hanno incolonnato, vuoi per la curiosità, vuoi per le brevità del percorso interno, tantissime persone sotto il sole di Milano. E sotto la bandiera della Malesia.
Cosa nascondono? Inizialmente avevamo scommesso e puntato su un tautologico (vista la forma della struttura) sviluppo del tema dei semi in agricoltura, magari anche solo con una rassegna fotografica corredata di spiegazioni. A dispetto delle previsioni invece, il contenuto non pareggiava l’architettura esterna: il primo guscio era un’ennesima sala cinematografica, stavolta concava; il secondo un tentativo vagamente kitsch di replica, a mo’ di serra, della vegetazione boschiva malese. Con tanto di laghetto/Jacuzzi.

Tailandia

Ci ha lasciato molto la Tailandia, e non certo l’amaro in bocco. Anzi, ad allietare le papille gustative, più che l’amaro, è stato il dolce della colorata varietà di spremute e succhi della frutta nazionale.
Ci stiamo ancora chiedendo quante persone, magari inconsciamente, non ne abbiano visitato il bel padiglione perché convinte che questo fosse circoscritto alla fontana con dragone posta all’ingresso e allo store nel quale la fornitura di prodotti avrebbe fatto impallidire la metà dei padiglioni di Expo. L’esposizione tailandese vera e propria, al di là dell’appagante esperienza del solo negozio, si raggiungeva invece camminando su una passerella sospesa su un canale artificiale che riprendeva le caratteristiche dei tipici fiumi e delle risaie. Là, sotto la cupola a forma di cappello dei coltivatori di riso, la sala cinematografica “totale”, la maggiore di tutta l’Esposizione, dove le proiezioni – su ogni parete, sul soffitto e persino in terra – sono riuscite a catturarci e a catapultarci, almeno con la finzione, in un mondo che sembra non rivelare la sua ricchezza fino in fondo.

Uruguay

Anche nel caso dell’Uruguay, la buona riuscita del padiglione si deve più ai fattori architettura e cucina che alla componente espositiva.
Il governo di Montevideo ha affidato a soli ingegneri uruguagi la progettazione dell’edificio. Il risultato? Un cilindro a sezione ovale sorretto da moduli di metallo bianco e ceppi di legno. La semplicità del connubio tra moderno e tradizionale, nonostante la scala sonora con un’antologia di suoni uruguaiani (non chiedeteci altro…), non ha però trovato un’eco all’interno, dove si è preferito dare visibilità ai progetti sull’istruzione (ad esempio, ad ogni bambino il sistema scolastico dello Stato concede un personal computer). Che, per carità, è un progetto lodevole ma relega di fatto il cibo, in questo contesto, ad elemento secondario.

Cina

La Repubblica Popolare timbra tre volte il cartellino a Expo 2015: oltre al padiglione principale, la presenza cinese si fa sentire con la Vanke – azienda leader nel settore immobiliare in Oriente – e il China Corporate United Pavillon. La prima porta in dote la famosa “cornucopia scarlatta”, il gioiello architettonico coclide non distante dall’Albero della Vita; la seconda, nella sua veste più severa ma non meno contemporanea, assembla le potenzialità imprenditoriali di alcuni grandi nomi delle Borse di Shangai e Hong Kong e le incanala in percorsi espositivi interessanti: non solo un labirinto di teche a schiera come nello spazio italiano di Cibus, ma anche un mosaico di testimonianze dell’impero cinese, quello attuale.
Mentre l’annunciata presenza diffusa non ci ha colti impreparati, possiamo altresì confidarvi il pregiudizio che fino alla visita al padiglione principale ci ha accompagnato: conoscendo la vastità dell’area (più di 4.500 mq!), ci saremmo attesi una radicale eviscerazione di contenuti e, quindi, più prodotti della terra e dell’ingegno dell’uomo sotto la lente d’ingrandimento. D’altronde, la Cina è lo stato più grande al mondo. L’aspettativa si è presto smontata con l’inutile hall di neon che parevano costruire in sincronia, se visti dall’alto, disegni di luce (per capirci, su una superficie equivalente o minore la Santa Sede e la Bielorussia hanno fatto meglio). Eppure le premesse incoraggianti, con una prima ala del palazzo adibita a museo della cultura popolare cinese (i complementi d’arredo, storici e moderni, tra il ricercato e il genuino, ci sono molto piaciuti), sembravano aver smorzato le nostre preclusioni, infine definitivamente riconfermate dall’acerba sezione dedicata al tè, un must a cui i cinesi non hanno dato debita importanza.

Colombia

Affermare che il prodotto colombiano più esportato al mondo sia la cocaina è solo un’icastica semplificazione? Cercare di abbattere il muro di preconcetti e costruzioni mentali che annebbiano il paese sudamericano: questa è stata la mission impossible del padiglione della Colombia…
Ennesimo “porto di mare” con afflussi inimmaginabili, il lotto dei sudamericani, al grido di “naturalmente sostenibile”, ha stupito tutti con la riproduzione su cinque piani degli altrettanti livelli climatici della sua conformazione geografica. Si comincia con la frutta amazzonica e la canna da zucchero della zona calda (livello del mare); poi viene il clima temperato fino ai mille metri, dove si coltiva il caffè; a metà strada il frio della capitale Bogotà, degli allevamenti bovini e delle coltivazioni florovivaistiche; dai 3000 ai 4000 metri c’è la brughiera degli indigeni, quella Colombia continentale e sconosciuta, metà del turismo avventuriero; infine, il freddo perenne della Sierra Nevada de Santa Marta con le cime di oltre cinquemila metri. L’idea è bellissima: ecco perché i colombiani possono vantare uno dei padiglioni migliori di Expo.

Argentina

Argentina te alimenta, l’Argentina ti nutre. Dove nasce tanta prosopopea? Nonostante l’aspetto da brutto anatroccolo, colpa di un disegno architettonico ispirato ai silos agricoli, gli argentini potevano confidare in quel pozzo senza fondo che è la loro tradizione culinaria, tra le più europee del Sudamerica, cioè meno estranee ai nostri palati.
Ma non si sono accontentati. E hanno saputo declinare su quattro piani il proprio motto, rispondendo appieno alle indicazioni di Expo e forse oltre: con “nutrire i cittadini” hanno fatto il punto sulla situazione dello sviluppo economico del Paese; con “nutrire il mondo”, invece, ci hanno svelato una panoramica sulla produzione e distribuzione internazionale del prodotti della loro terra, su tutti quelli cerealicoli; infine, sono riusciti ad elaborare proposte per l’innovazione tecnologica nell’agricoltura – “nutrire la conoscenza” – e lanciare sfide sul tema dell’economia giusta (“nutrire il dibattito”).