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Dall’Azerbaigian al Messico
Azerbaigian

L’inconfondibile sfera vitrea incastonata nel futuristico pavillon a metà del decumano ha guidato per sei mesi, come un faro nella nebbia, milioni di turisti verso l’Azerbaigian, che ha debuttato in una Esposizione Universale sfoderando tante sorprese.
Anche con gli azeri c’è stata una breve introduzione che ci ha specificato come in un paese poco più esteso della Svizzera – in una fetta di mondo dove Europa, Asia e Medioriente si affacciano sul Caspio – si possano incontrare nove zone climatiche differenti. Per tutta la visita, nei diversi angoli dedicati a ciascuna zona, ci hanno accompagnato i “fiori intelligenti”, dei tulipani in plastica che, se sfiorati, interagivano mostrando i suoni delle regioni, fungendo praticamente da colonna sonora ai filmati proiettati su pannelli touchscreen. Purtroppo l’elemento tecnologico si è rivelato un topos anche per il resto del tragitto, persino nell’area in cui fa la prima comparsa il cibo, con i prodotti gastronomici tipici. Però, appunto, solo su schermo. In un padiglione dal così alto coefficiente di intrattenimento (per via di luci e suoni mai oltre le righe) era l’unico neo.

Emirati Arabi Uniti

Con la defezione dei sauditi, non senza strascichi polemici sul piano diplomatico, la rappresentanza della Penisola Arabica all’esposizione milanese è stata affidata a Oman, Bahrain, Yemen, Qatar, Kuwait – nei cui padiglioni vi abbiamo già guidato – e degli Emirati Arabi Uniti.
Di quella schiera di Paesi presenti a Expo che soffrivano del “paradosso del tempo” (si impiegavano più ore a fare la fila che a raggiungerli con l’aereo!), il sito espositivo degli EAU ci ha un po’ delusi. Non tanto sul piano stilistico: la sinuosità delle dune di sabbia, riprodotta nelle pareti a creare un “effetto canyon“, aveva il duplice scopo di magnetizzare la curiosità dei turisti e replicare la sensazione di caldo desertico. Le nostre riserve riguardavano più che altro la mancanza di un punto cardinale, che reputavamo essere l’insieme di risorse turistiche (Dubai è il nuovo crocevia aereo per l’oriente) e finanziarie (gli skyline di grattacieli sorti come funghi nell’ultimo decennio parlano da soli), sul quale la delegazione degli Emiri non si è esposta molto. Tanto rumore per nulla.

Kazakhstan

Dopo un cordiale scambio di parole con i responsabili dello stand Franciacorta, il nostro cammino a Expo ci ha fatti incontrare con il Padiglione per eccellenza, quello cosacco. Tante belle parole non in ragione di un contenuto comunque misurato, quanto piuttosto per la capacità di realizzare, non discostandosi dai temi di Expo, l’incontro ideale tra idee efficaci, intrattenimento del pubblico e azione di promozione turistica.
Partiamo dal principio: dopo un’attesa in coda tanto snervante da far desistere molti visitatori, la nostra pervicacia è stata premiata con l’ingresso nella prima sala, manco a dirlo, cinematografica. Un primo sospetto di deja-vu si è subito affievolito con l’abbassarsi delle luci, quando sulla superficie della parete centrale è andato in scena lo spettacolo del sand-painting ad opera di una bravissima ragazza. In pochi minuti, complice una colonna sonora dal climax ascendente, con un solo gioco di sabbia e luce siamo stati introdotti nella maniera migliore nel percorso espositivo vero e proprio.
La sorpresa più grande è stata… rimanere sorpresi: tutto ci aspettavamo fuorché un ordine maniacale con cui l’itinerario è stato costruito. Anzitutto il connubio tra tradizione del passato e proiezione verso il futuro, qui, risaltava dalla capacità di non esagerare: i tre grandi argomenti affrontati erano sommariamente la terra, l’acqua e l’energia. Con riferimento al primo e al secondo tema, i kazaki hanno cercato la via della moderazione e rispettivamente illustrato i piani di contrasto alle piaghe agricole (una “guerra” alle cavallette per mezzo di droni) e articolato i progetti di ripopolamento del bacino dell’Aral grazie agli allevamenti di storione, animale simbolo dell’economia primaria del Paese così come il cavallo lo è per l’intera Nazione (furono i primi ad addomesticarli). Di non secondaria importanza l’attenzione al problema dell’approvvigionamento energetico, al centro tra l’altro dell’Esposizione che ospiteranno tra due anni.
E se il contenuto ristretto ma approfondito non ci ha deluso, di sicuro impatto emotivo è stata l’esperienza visiva e uditiva con la già citata performance artistica introduttiva e con la sala IMAX in 3D e l’eccezionale trailer di Astana2017. Un appuntamento che non vogliamo perdere.

Regno Unito

Reduce da un anno travagliato per via della consultazione referendaria sulla Scozia, la Union Jack è stata issata a Expo2015 ancora con i colori di Sant’Andrea davanti al padiglione – secondo il concorso ufficiale – migliore di tutta l’esposizione.
Pur nutrendo a riguardo alcune perplessità, non ci sentiamo di bollare il lavoro dei sudditi di Sua Maestà come privo di contenuto.
Eccezion fatta per alcune tipicità regionali, la cucina del Regno non brilla per bontà e valore nutritivo: questa consapevolezza ha probabilmente pesato nella scelta del tema e deve aver dirottato gli ideatori verso un più generale ed universale “biodiversity respect“, nella misura in cui l’ape diventa lo strumento per narrare – anche attraverso un dedalo di aiuole in fiore che convergono verso l’alveare metallico – quanto sia importante un piccolo insetto per l’ecosistema globale. Il mezzo, perciò, che prevale sul fine: non è tanto il miele (prodotto buonissimo e dolcificante migliore dello zucchero) che conta, ma l’azione delle api che, nel produrlo, aiutano le piante a sopravvivere (“Se le api si estinguessero, all’uomo resterebbero quattro anni di vita”).
Si poteva osare di più? Dato che, come nel caso della Santa Sede, la denominazione sottende un carattere specifico, certamente sì. Il sito espositivo si chiamava United Kingdom, non Inghilterra (come sembra emergere dai prodotti marcatamente londinesi del bar, specialmente tè e biscotti), e nemmeno Gran Bretagna… ma non c’era traccia né di Ulster né di Galles (che pure fan parte del Regno). Perché allora non promuovere un sodalizio con le due assenti Canada ed Australia allargandosi entro i confini del Commonwealth?

Ungheria

Nella botte piccola c’è il vino buono. Anche per quanto riguarda l’Ungheria, con la sua struttura a barilotto coricato, registriamo un tentativo riuscito solo a metà di coniugare esperienza sensoriale e promozione turistica.
Ma in realtà, malgrado le apparenze, il padiglione magiaro nella forma voleva richiamare l’arca di Noè, in una forzatura metafisica che solo degli architetti della generazione Gehry avrebbero potuto partorire. Eppure erano tanti gli speranzosi che avevano intravisto nella sua veste esterna un omaggio alla tradizione vitivinicola nazionale, quella stessa fetta di economia ungherese che produce ogni anno, come quantità, circa un decimo del vino dell’Italia (non poco!), che sulle colline sul lago Balaton vanta uno dei vitigni più ricercati al mondo e che, solo nel 2007, ha imposto al nostro Tocai di cambiare nome in Friulano (a causa dell’omonimia con il loro Tokay).
Invece la visita si è risolta con qualche bancarella di prodotti non per forza identitari (in poche parole, intercambiabili con tante altre culture) e un’aula musicale, con il pezzo forte dell’esposizione, un pianoforte unico nel suo genere, realizzato con corde in carbonio. Eccezionale per ritemprare lo spirito, ma non per nutrire il pianeta.

Spagna

Non dispensava molto ottimismo il padiglione “da bricolage” della Spagna. Ciononostante l’esperienza a Milano verrà ricordata a Madrid, dove ancora si parla del successo di Sevilla1992, come una delle più positive. Le motivazioni sono presto dette: integrare uno dopo l’altro un museo d’installazioni artistiche, un percorso espositivo sulle peculiarità gastronomiche, uno store e un ristorante fornitissimi non deve essere stato semplice. E laddove con i francesi il “troppo” lasciava i transalpini incagliati ad un itinerario senza capo né coda, la gargantuesca varietà esposta dagli spagnoli è riuscita a permeare le menti dei visitatori istallando anche un amletico dubbio: oltre alla paella, la cucina ispanica è davvero più buona di quanto ci fanno credere i nostri pregiudizi?

Romania

Muoversi lungo il tragitto del padiglione romeno non era poi così diverso dal perlustrare la sezione homevideo di un qualsiasi Mediaworld, con la differenza che invece dei classici filmati di repertorio si susseguivano le belle immagini della Transilvania: dopo un po’, con tutti quei pixels, un colpo alle nostre diottrie. E in tutto questo il cibo fa qualche “comparsata“. Onestamente confidavamo in qualcosa di meglio.

Vi diamo appuntamento al Giorno 10, quando vi racconteremo il “ritorno a casa”, con le nostre prime impressioni generali e con i pensieri che invece abbiamo lasciato decantare per un giudizio complessivo di Expo2015… più maturo!