Carne rossa

Perché la comunità scientifica italiana considera poco salutari i secondi piatti? Non passa giorno che le cronache dei giornali più importanti non riportino affermazioni di medici o ricercatori che sembrano aver trovato difetti in qualche alimento. Peccato che si tratti esclusivamente di fonti proteiche di origine animale.

Circa un mese fa è stato il turno della carne rossa, accusata di aumentare l’insorgenza del tumore al colon retto; qualche tempo addietro è salito alla ribalta il tandem “pesci grossi – mercurio”; ancora prima un classico come il binomio “uova – colesterolo”. Senza dimenticarci della querelle sull’uso di anabolizzanti in avicoltura.

Se dovessimo stilare un elenco dei cibi vietati appena citati, dovremmo stralciare più della metà della nostra dieta e, tra le seconde portate, non ci rimarrebbe altro che una serie di piatti a base di proteine vegetali.

Il problema in Italia non sono le abitudini alimentari poco salutari, ma la cattiva disinformazione. E la disinformazione si pratica in due modi: diffondendo notizie false oppure notizie solo parziali.

Non abbiamo gli strumenti per affermare che certe ricerche non siano vere, tuttavia possiamo evidenziare come ci sia una rilevante discrepanza tra come vengono trattate le fonti glucidiche e le fonti proteiche, a totale discapito di queste ultime.

Oggi prendiamo in esame lo scandalo OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) relativo alle carni rosse.

Nel mese di ottobre, in seguito alla diffusione della news, riprese da tutte le emittenti e da tutte le testate, abbiamo assistito ad una levata di scudi da parte dei produttori coinvolti (anche se i dati economici sulle vendite non hanno fatto registrare clamorose perdite nel settore). Sul banco degli imputati è finita la carne rossa, accusata di incrementare il rischio di insorgenza di tumore al colon retto del 18% circa. Una percentuale spropositata agli occhi di chi si ferma solo alla lettura dei titoli dei giornali. In realtà, considerando che in Italia una persona media ha circa il 5% di rischio (per quella particolare neoplasia) già dovuto a fattori genetici e soprattutto ambientali, questo stesso rischio aumenta solo di un punto percentuale – da 5% a 6% – ovvero il 18% di 5 (non 5% + 18%!).